Innsmouth

Innsmunnr, la bocca interna: la gola del mare.
Un popolo che non doveva esistere, in una baia che nessuno aveva scavato.

Anno 1979 — l'Anno del Mare BiancoLa Deriva

Il Jarl Hrafnkel Corvo-Nero salpò dal Vecchio Continente con nove navi e quattrocento anime, in fuga da una faida perduta e da un re che voleva la sua testa. Non cercava terre nuove: cercava solo di non morire in quelle vecchie.

La tempesta durò diciannove giorni. Quando si aprì, sei navi erano scomparse e le stelle sopra le teste dei superstiti erano sbagliate — costellazioni che nessuno skald aveva mai cantato. Il vecchio veggente Sköll disse che avevano attraversato non il mare, ma una soglia. Fu ucciso per questo. Poi ci si accorse che aveva ragione.

Approdarono su una costa di scogliere nere e nebbia perenne, in una baia profonda a forma di bocca. La chiamarono Innsmunnr.

Anni 1980Il Popolo delle Maree

La terra non era vuota. Vi abitavano i Wahkonta, gente delle acque salmastre, pescatori e costruttori di canoe, che vivevano in villaggi di legno lungo gli estuari.

Il primo incontro fu sangue: tre esploratori norreni uccisi, dodici Wahkonta bruciati per rappresaglia. Il secondo inverno cambiò tutto. I norreni non sapevano coltivare quella terra né leggere quelle maree, e la fame li piegò. Fu Nascosta-tra-i-Giunchi, figlia del capo Miskatonah, a portare pesce essiccato e mais al forte morente — non per pietà, ma perché i suoi sciamani avevano visto qualcosa negli occhi degli stranieri: lo stesso sogno.

Perché entrambi i popoli sognavano la stessa cosa. I norreni la chiamavano Iðunn-sotto-le-onde, la Madre Sommersa. I Wahkonta la chiamavano Colei-che-Attende-nella-Corrente. Sotto la baia, a profondità che nessuna lenza raggiunge, c'erano gradini di pietra scolpita che scendevano nel buio. Nessuno dei due popoli li aveva costruiti.

Hrafnkel sposò Nascosta-tra-i-Giunchi e la chiamò Hulda. Nacquero figli che avevano gli occhi grigi del nord e la pelle ramata del sud — e, in alcuni casi, dita leggermente palmate che le levatrici imparavano a non commentare.

Anni 1990 — 2269Il Villaggio

Innsmouth crebbe come nessuna delle due culture avrebbe potuto costruire da sola. Case-lunghe di tronchi, ma con tetti curvi e decorazioni a totem, dove draghi intagliati si intrecciano a corvi marini e serpenti d'acqua. Il Molo di Pietra, costruito su fondamenta che i coloni giurano essere più antiche di chiunque. La Sala d'Oro, il Gullhof: tempio ibrido dove si offrono anelli a Njörðr e tabacco alle correnti, e dove il Sacerdote-Jarl porta una maschera di rame verde che copre un volto che nessuno vede più.

E una lingua propria, il norrmisk: ossatura norrena, vocabolario Wahkonta per tutto ciò che riguarda mare, pesca e morte.

Il Patto delle Maree

  • Nessuno pesca oltre la Terza Boa.
  • Nessuno nuota di notte.
  • Ogni sette anni il villaggio restituisce al mare ciò che il mare ha prestato.

Nessuno scrive cosa significhi l'ultima regola. Tutti lo sanno.

Anno 2270 — l'Anno dei Legni BianchiLe Vele Straniere

Poi arrivarono i coloni. Navi con vele quadre e croci sugli stendardi, gente del Vecchio Continente — ma di un Vecchio Continente che nel frattempo aveva cambiato re, dèi e secoli. Portavano aratri, moschetti, editti e preti. Fondarono Port Fairhaven, Dunwich Landing e New Arkham lungo la costa, e le loro mappe segnavano la baia di Innsmouth come terra nullius: terra di nessuno.

Il primo emissario coloniale, il reverendo Thomas Marsh, arrivò a Innsmouth con doni e un libro sacro. Tornò con la barba bianca e senza più parlare. La colonia scrisse nei registri: degenerati, ibridi, adoratori di demoni marini. Innsmouth scrisse nei suoi: ladri di coste, sordi al Patto.

Dal 2271 a oggiL'Era del Sacco

Il Jarl Eirik il Palmato, discendente di Hrafnkel e Hulda, prese la decisione che definisce il presente: la terra non si negozia, si difende con la chiglia.

Le navi di Innsmouth — knarr norreni ricostruiti con la carena bassa delle canoe da guerra Wahkonta, veloci in acque basse dove le fregate coloniali non possono seguirle — colpiscono di notte e con la nebbia. Bruciano magazzini, prendono ferro, polvere, sale, bestiame e prigionieri.

I prigionieri sono il punto oscuro. Alcuni tornano. Cambiati. Con la pelle screziata e un modo di guardare l'orizzonte. E le colonie hanno smesso di volerli indietro.

La Saga di Gríma Bocca-Storta

detta anche: la Madre della Marea

I. L'Oracolo Ucciso

Il Jarl Sigvard Mano-di-Ferro, sesto della linea di Hrafnkel, aveva un figlio e un solo figlio: Ulf, quindici anni, bello come una lama nuova, già capace di reggere lo scudo in prima fila. Sigvard lo amava come si ama qualcosa che si è già deciso di non perdere mai.

Il völva del Gullhof si chiamava Ormar Occhio-Vuoto — mezzo norreno, mezzo Wahkonta, cieco da quando a nove anni era rimasto sotto le onde troppo a lungo durante il rito delle Maree. Era vecchio. Non aveva mai sbagliato una profezia. Questo, in un villaggio come Innsmouth, non ti rende amato: ti rende temuto e brevemente utile.

Alla vigilia della razzia di primavera, Ormar parlò davanti a tutta la Sala:

«Nella prossima razzia troverai una donna. Sarà brutta. Bruttissima. La più brutta che i tuoi occhi abbiano visto o vedranno. Sposala, Sigvard, e da lei nascerà il più grande Jarl che questa terra abbia mai portato — e le sue navi copriranno la baia come corvi su un campo.»

La Sala rise. Sigvard no. Sigvard sentì solo una cosa: da lei nascerà. Non da Ulf. Non dal sangue di suo figlio. La profezia non prometteva una benedizione: annunciava una sostituzione.

«Io ho già il mio erede», disse. «Tu hai appena detto che morirà.»

Ormar non si difese. Alzò il viso verso il punto dove sentiva la voce del suo Jarl e disse l'unica cosa che rese la sua morte inevitabile:

«Io ho detto solo quello che è già stato deciso. Uccidere il messaggero non riscrive il messaggio: lo consegna soltanto.»

Lo impiccarono al palo del molo, con la marea che saliva. Ci vollero due ore. Il villaggio guardò in silenzio, e le donne Wahkonta si coprirono la bocca con la mano — un gesto antico che significa abbiamo visto, ma non abbiamo partecipato.

II. La Razzia

Colpirono Dunwich Landing in aprile, con la nebbia. Ottanta uomini, quattro chiglie. Bruciarono i granai, presero il ferro, la polvere, undici prigionieri.

La trovarono nella casa del bottaio, non nascosta ma in piedi in mezzo alla stanza con un attizzatoio in mano, come se aspettasse.

E Sigvard la vide. Aveva la mascella deformata da una frattura mai ricomposta, che le tirava la bocca in una smorfia permanente verso sinistra. Un occhio più basso dell'altro. Il vaiolo le aveva mangiato la guancia destra fino a lasciare cicatrici a cratere. Era alta come un uomo, larga di spalle, con le mani rovinate dal lavoro e i capelli tagliati corti perché nessuno glieli aveva mai voluti pettinare. I coloni la chiamavano semplicemente la sguattera: aveva ventisei anni e non aveva mai avuto un nome che qualcuno usasse con gentilezza.

Era, senza il minimo dubbio, la donna più brutta che Sigvard avesse mai visto. E lui capì, in quell'istante, con un freddo che gli partì dalla nuca, che l'oracolo era stato preciso fino alla virgola.

I suoi uomini lo videro impallidire. Videro la mano andare all'ascia. Poi videro il Jarl fare la cosa peggiore: non ucciderla. Perché ucciderla avrebbe significato ammettere davanti a tutti che ci credeva.

«Portatela», disse. «Che serva ai remi e alle reti. E che nessuno la tocchi. Non voglio bastardi in questa storia.»

La chiamarono Gríma — maschera, la mascherata. Lei accettò il nome. Disse solo, in un norrmisk imparato in tre settimane: «Meglio maschera che niente.»

III. Ulf

Ulf morì l'autunno seguente. Non in battaglia — quello Sigvard avrebbe saputo reggerlo. Morì stupidamente: cadde da un cavallo preso in una razzia, un animale coloniale che non conosceva. Si ruppe la gamba in due punti. La ferita si infettò. Ci mise diciotto giorni.

E fu Gríma a curarlo, perché nessun altro voleva stare nella stanza con quell'odore. Lei cambiò le bende, gli tenne la testa, gli cantò canzoni coloniali che lui non capiva. All'ultimo giorno Ulf, in delirio, la chiamò madre — sua madre era morta di parto — e Gríma non lo corresse.

Sigvard era sulla porta, e sentì.

Quando Ulf smise di respirare, il Jarl uscì sul molo dove aveva impiccato Ormar, si sedette sulle assi bagnate e restò lì tutta la notte. All'alba il villaggio lo trovò ancora seduto, e nessuno ebbe il coraggio di parlargli per tre giorni.

Al quarto giorno disse una sola frase:
«L'oracolo mi ha dato una scelta, e io l'ho impiccato per averla detta ad alta voce.»

Qui la saga, per ora, si ferma. A Innsmouth la raccontano ancora, e ognuno la finisce a modo suo.

Il Nuovo Mondo I Fjordfolk Il Pantheon Norreno